De Rossi, quando l’affetto è (in)condizionato

Daniele De Rossi

 Da diverso tempo alla ribalta del giornalismo sportivo, la mancata firma del rinnovo contrattuale tra Daniele De Rossi e la Roma – squadra della quale è oggi simbolo insieme a Francesco Totti – sta assumendo man mano i toni delle classiche ed interminabili telenovele. Non è servito il decantato arrivo della nuova proprietà americana, prima, ed il ritorno del direttore generale Franco Baldini, poi, a risolvere una questione diffusa mediaticamente come tanto semplice quanto ancora indigesta alla tifoseria giallorossa. Indigesta, aldilà del suo lungo protrarsi, soprattutto alla luce delle frequenti dichiarazioni d’amore del calciatore, senza dubbio legato ai colori dell’unica maglia finora indossata nella propria carriera ma conscio, silenziosamente, di esserne quasi al culmine e doverne quindi valutare tutte le strade ancora percorribili.

Intuibile ricerca di un compromesso economico per spegnere (e nel contempo tenere accesa, attraverso una bassa clausola rescissoria) qualsiasi altra tentazione sportiva, le titubanze di De Rossi risaltano ancora una volta la modestia dei sentimenti, a favore degli interessi personali, vigente nel calcio moderno. Menefreghismo dei tifosi nostalgici incluso.

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Calcioscommesse, ennesima opportunità per una rivoluzione ideologica

luigi_sartor

 Si susseguono frequenti, negli ultimi giorni, gli interrogatori ai protagonisti dell’ennesimo scandalo calcioscommesse iniziato la scorsa estate. Descritti mediaticamente come pedine italiane di un sistema radicato a Singapore, i calciatori (o ex – nella foto Luigi Sartor, difensore di Juventus, Inter, Parma e Roma nonchè tra i principali indagati dell’inchiesta) coinvolti in questa spregevole vicenda stanno cominciando a citare nomi di illustri colleghi che ne hanno preso parte occasionalmente e oltre. Il paradosso che risalta, istintivamente, al giudizio soggettivo della questione è la categoria d’appartenza di molte partite truccate o ipoteticamente tali: la Serie A. Ancora unica, reale, benificiaria degli enormi introiti economici provenienti dalla vendita dei diritti televisivi, la massima serie calcistica nostrana vede riaprirsi quelle crepe di credibilità scavate, per la fortuna degli sportivi, con l’allora Calciopoli.

Fare resoconti, riassunti cronologici o commenti dell’ultima ora non appare necessario: i quotidiani sportivi ne stanno pubblicando, a quanto pare neanche troppo, tutti gli sviluppi del caso. Lo spunto di riflessione che offre, invece, l’avido ed inspiegabile arricchimento cui ambiscono persone già stipendiate egregiamente, è la risposta ideologica scaturibile nelle coscienze dei calcio-appassionati. E oltre.

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Del Piero, bandiera ammainata senza rispetto

Alessandro Del Piero

Nell’attuale mondo del pallone, tristemente sommesso al dio danaro, è ormai insolito vedere calciatori rinunciare alle proprie ambizioni sportive ed economiche – o semplicemente non farne una prerogativa della carriera personale – per legarsi ai colori di un’unica maglia come frequente accadeva fino ad un decennio fa. Oggi il valore degli stipendi, ancor prima di quello dei trofei conquistabili o meno, rappresenta la giusta sintesi della sostituzione tra affetti e profitti effettuata dal calcio moderno. Mai quanto oggi, con buona pace dei rassegnati tifosi nostalgici, quelle che un tempo venivano definite bandiere sono letteralmente in via di estinzione. Ed in pochi sembrano davvero rendersene conto.

Nonostante il ribasso del suo livello tecnico, il campionato italiano – come forse solo quello inglese con gli esempi di Gerrard (Liverpool) e Lampard (Chelsea) - continua ad attrarre attenzioni in tutto il mondo grazie alla presenza di tre capitani storici, leggende senza tempo prossime al ritiro. Tutt’ora, fortunatamente, dichiarato lontano. Javier Zanetti nell’Inter, Francesco Totti (il primo, tra i citati, in ordine cronologico per data d’esordio in squadra) nella Roma ed Alessandro Del Piero nella Juventus, sono quel che resta del perduto sentimento calcistico. Glorioso simbolo dell’ultimo ventennio bianconero, la scorsa settimana proprio Pinturicchio è stato inconsapevole protagonista della sua liquidazione pubblica. Metaforico riconoscimento, peraltro privo di alcuno scrupolo mediatico, opera del presidente Andrea Agnelli.

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Sciopero dei calciatori, lotta mediatica tra diritti e indegnità

Damiano Tommasi, presidente dell'AIC (Associazione Italiana Calciatori)

 Dopo una lunga ed estenuante trattativa sul rinnovo del contratto collettivo tra l’AIC, presieduta dall’ex calciatore nonchè centrocampista della Roma e della Nazionale Damiano Tommasi – passato agli onori della cronaca per aver firmato durante l’attività sportiva, in seguito ad un gravissimo infortunio, un contratto al minimo salariale di 1500 euro mensili pur di giocare un’altra stagione nella società giallorossa – e la Lega Calcio, organo principale del movimento calcistico italiano, è arrivata l’ufficialità di una decisione inaspettata e prontamente oggetto di ampie discussioni: il rinvio della prima giornata del campionato di Serie A 2011-2012 a data da destinarsi, causa mancato accordo tra le parti.

Scelta impopolare, soprattutto in un paese dove il calcio rappresenta spesso una passionale valvola di sfogo ai disagi ed i problemi del quotidiano vivere. La prolungata attesa per l’ormai esasperato – economicamente ed oltre – mondo del pallone segna ancora una volta la necessità di smuovere le coscienze di coloro che ne sono il principio, oggi ultima ruota di un immorale carro diretto verso l’autodistruzione: i tifosi.

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Javi Poves, il trionfo dell’anticonformismo

Javi Poves

Nei giorni in cui Samuel Eto’o – attaccante dell’Inter prossimo al trasferimento ai russi dell’Anzhi Makhachkala - tituba sull’accettare un contratto di ingaggio triennale pari a 20 milioni di euro netti a stagione, in Spagna viene scritta una delle pagine più inusuali ed anticonformiste del calcio moderno. Firmatario di questa esemplare storia è Javier Gomez Poves – in arte Javi Poves – 24enne difensore dello Sporting Gijon che ha annunciato il precoce ritiro dall’attività calcistica dopo essersi dichiarato disgustato da un ambiente marcio, rovinato dal denaro e dalla corruzione.

Una decisione valorosa, rara e rivoluzionaria presa di coscienza tenuta mediaticamente in sottofondo per non condizionare il prosieguo del capitalistico mondo del calcio. Verità ed indignazione di un calciatore scopertosi non in grado di assecondare l’illusorio benessere offerto dall’attuale realtà del professionismo sportivo, a cominciare dagli incontrollati flussi bancari delle sue retribuzioni salariali.

In un problematico contesto economico-sociale come quello presente in Spagna, Poves non cerca le luci della ribalta o ambisce a diventare icona di un eventuale riformismo ideologico del pallone: il suo credo risiede unicamente nel risveglio critico delle masse, accusate di farsi distrarre senza remore dal falso paradiso calcistico.

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Samuel Eto’o, il Re Leone insaziabile

Samuel Eto'o

In un periodo storico caratterizzato da una grave recessione internazionale, il mondo del calcio continua a nuotare incosciamente nel suo sconfinato oceano economico. Protagonisti dell’ennesimo episodio-sintomo di uno splendido sport ormai malato terminale dei dettami del business, sono il ricco proprietario della compagine russa dell’Anzhi Makhachkala e l’attaccante dell’Inter Samuel Eto’o.

E’ di questi giorni la notizia della trattativa tra Suleyman Kerimov, presidente dell’Anzhi oltre che potente imprenditore nato nel Dagestan, e l’agente del calciatore Claudio Vigorelli per portare in Russia il forte bomber camerunense. Sul tavolo un’offerta da capogiro (come se già non lo fossero gli attuali stipendi del calciatore e dei suoi più celebri colleghi) basata su un contratto di ingaggio triennale pari a 20 milioni di euro netti all’anno, ovvero 1,6 al mese. Proposta irrinunciabile, avranno pensato in molti, tralasciando qualsiasi discorso etico e la scarsa competitività di un campionato russo seppur in ascesa. Non per l’insaziabile Re Leone. Il figlio predestinato della grande Mamma Africa pare abbia rilanciato – stando a quanto rivelato da Carlo Laudisa sulle pagine della Gazzetta dello Sport del 10 Agosto 2011 – per un quadriennale alle stesse cifre: insoddisfacente farsi bastare 53mila euro al giorno.

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