■ Da diverso tempo alla ribalta del giornalismo sportivo, la mancata firma del rinnovo contrattuale tra Daniele De Rossi e la Roma – squadra della quale è oggi simbolo insieme a Francesco Totti – sta assumendo man mano i toni delle classiche ed interminabili telenovele. Non è servito il decantato arrivo della nuova proprietà americana, prima, ed il ritorno del direttore generale Franco Baldini, poi, a risolvere una questione diffusa mediaticamente come tanto semplice quanto ancora indigesta alla tifoseria giallorossa. Indigesta, aldilà del suo lungo protrarsi, soprattutto alla luce delle frequenti dichiarazioni d’amore del calciatore, senza dubbio legato ai colori dell’unica maglia finora indossata nella propria carriera ma conscio, silenziosamente, di esserne quasi al culmine e doverne quindi valutare tutte le strade ancora percorribili.
Intuibile ricerca di un compromesso economico per spegnere (e nel contempo tenere accesa, attraverso una bassa clausola rescissoria) qualsiasi altra tentazione sportiva, le titubanze di De Rossi risaltano ancora una volta la modestia dei sentimenti, a favore degli interessi personali, vigente nel calcio moderno. Menefreghismo dei tifosi nostalgici incluso.





























